Intossicazione da ossido di carbonio

Purtroppo l’avvelenamento da ossido di carbonio rimane ancora oggi, tra gli avvelenamenti, la causa più frequente di mortalità. In Italia muoiono ogni anno circa 300 persone. L’ossido di carbonio si forma in seguito alla combustione di legno, pellets o idrocarburi, in ambiente povero di ossigeno e con scarso ricambio di aria, in questi casi, durante la normale combustione, invece di formarsi anidride carbonica (CO2), si forma ossido di carbonio (CO). Le cause più frequenti di avvelenamento sono: le caldaie mal funzionanti, l’accensione di un automobile in un ambiente chiuso e una qualsiasi stufa che funzioni in un ambiente senza una apposita presa d’aria, complici anche i moderni serramenti che sono a chiusura praticamente ermetica e trasformano quindi i nostri ambienti in stanze a tenuta stagna. L’ossido di carbonio è molto pericoloso perché si tratta di un gas tossico, non irritante, senza colore, senza odore e facilmente assorbito dai polmoni. La sua pericolosità deriva anche dal fatto che si lega all’emoglobina (sostanza presente nei globuli rossi che ha il compito di trasportare l’ossigeno) con un legame 200 volte più forte di quello tra emoglobina e ossigeno, formando carbossiemoglobina, questo provoca un ridotto trasporto dell’ossigeno ai tessuti che vanno incontro ad ipossia. Il primo organo a risentire dell’ipossia è il cervello. I sintomi dell’avvelenamento da ossido di carbonio sono poco specifici e spesso ciò ritarda la diagnosi e quindi un corretto primo soccorso. Il sintomo più frequente è la cefalea, seguita dalle vertigini, dalla stanchezza intensa, dalla nausea e vomito, difficoltà a concentrarsi e dal respiro corto. Nei casi più gravi compare poi la perdita di coscienza, la pelle e le labbra assumono un caratteristico colore rosso ciliegia. Quali sono i comportamenti da tenere per un corretto primo soccorso in caso di sospetta intossicazione? La prima cosa da fare è aerare subito l’ambiente aprendo tutte le finestre, impedendo quindi l’insorgenza di danni anche nel soccorritore, successivamente è necessario allontanare l’intossicato dall’ambiente, portandolo all’aperto, quindi, prima di praticare i primi interventi, allertare immediatamente i soccorritori chiamando il 112. Se il paziente non respira autonomamente, va praticata subito, se si è in grado, la rianimazione cardiopolmonare, con respirazione bocca a bocca o con pallone ambu, se disponibile e massaggio cardiaco. Appena possibile i soccorritori a bordo dell’ambulanza devono somministrare ossigeno al 100%. Una volta giunto il paziente in ospedale, la diagnosi va fatta con il dosaggio della carbossiemoglobina nel sangue arterioso. Nei casi non gravi il quadro clinico si può risolvere con una normale ossigenoterapia, da proseguire fino a che la concentrazione di carbossiemoglobina torna normale. Nei casi più gravi può essere necessaria l’ossigenoterapia in camera iperbarica. Le indicazioni alla terapia iperbarica sono: il coma, oppure anche solo un periodo più o meno prolungato di incoscienza, una concentrazione di carbossiemoglobina superiore al 40%, 15% in caso di gravidanza in corso, sintomi che non si risolvono con la normale ossigenoterapia dopo 6 ore. Ancora una volta la prevenzione è più importante del trattamento e le prime nozioni da comunicare sono: le auto non devono stare col motore acceso in ambienti chiusi, i tubi di tiraggio delle stufe, delle caldaie, e dei camini debbono essere ripuliti prima di entrare nella stagione invernale, le caldaie vanno revisionate periodicamente da personale esperto ed autorizzato, non utilizzare grill, anche a gas, in ambienti chiusi.

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