Che paura fa alla casta il Bitto Storico che cambia nome

L’annuncio da parte di Paolo Ciapparelli, presidente dei “ribelli del bitto“, del cambio di nome del bitto storico ha scatenato molte reazioni anche sulla stampa nazionale.  La Valtellina rischia una figuraccia e gli esponenti del “sistema” reagiscono nervosamente.

L’annuncio da parte di Paolo Ciapparelli, presidente dei “ribelli del bitto”, del cambio di nome del bitto storico (consigliato anche dall’assessore regionale Fava “per non incorrere nel reato penale di frode in commercio”), ha scatenato molte reazioni anche sulla stampa nazionale. la Valtellina rischia una figuraccia e gli esponenti del “sistema” reagiscono nervosamente. L’ormai ex “bitto storico” (resta sempre il formaggio storico e ribelle delle Orobie) si fa anche in Valvarrone nella montagna lecchese“.

La prospettiva del cambio del nome del bitto storico fa paura alla casta valtellinese. Era comodo mescolare le carte: criticare i “talebani del bitto” ma far passare il loro prodotto di assoluta eccellenza per il massificato “bitto dop” dei mangimi e dei fermenti con l’etichetta rossa. Così reagiscono nervosamente.

La Coldiretti getta la maschera e accusa il Bitto storico di “speculare sulle tradizioni, sulla tipicità, sulla storia, sul territorio”. Tra le tante reazioni vale la pena segnalare quella del presidente provinciale della Coldiretti, Marsetti, perché ha il merito di gettare – almeno in parte – la maschera di ipocrisia, lanciando senza mezzi termini l’accusa ai “ribelli del bitto” di “strumentalizzare la difesa delle tradizioni, della tipicità, della storia, del territorio a fini di mero interesse e di parte”. Una vera diffamazione per gli oltre 100 soci della Società valli del bitto (compresi i produttori agricoli) che, per sostenere il metodo storico, gestendo una casera che è una galleria d’arte, di cultura, di umanità, hanno investito di tasca loro (perdendo parte del capitale a causa di investimenti che avrebbero dovuto essere realizzati dal comune e che sono stati invece accollati alla Società del bitto storico, sulla carta una spa, di fatto una onlus).

Ma non basta. Il bitto è uno solo, insiste la Coldiretti: “sia che producano Bitto Dop, in riferimento al disciplinare in capo al CTCB, sia che producano formaggio con il metodo storico, svolgono il medesimo lavoro, in medesimi contesti territoriali quali gli alpeggi”. Ma se svolgessero il medesimo lavoro (che quindi dovrebbe sortire lo stesso prodotto) vent’anni di conflittualità a cosa sono dovute? Ad allucinazioni? A casi psichiatrici?

Ancora una volta si vuole la botte piena e la moglie ubriaca. Non si vuole ammettere che i produttori storici e gli altri lavorano in modo diverso. Sarà uguale mungere a mano, o a macchina, usare fermenti e mangimi o non usarli? No cari signori della Coldiretti, il “contesto” non è lo stesso. Chi va a elicotterate di mangime compromette i pascoli e la qualità del formaggio. Il “contesto” è completamente diverso. Ma a voi è finora tornato comodo mettere davanti il “povero contadino” per tutelare il grosso agricoltore i cui interessi si confondono molto spesso con quelli dell’industria e della speculazione. E’ un giochino che ha reso bene all’organizzazione (anche se i “contadini”, intanto, in Italia, grazie alla “tutela” della Coldiretti, sparivano).

Si vuole essere una sola famiglia quando fa comodo (quel che è tuo è mio, quel che mio è mio, ma dobbiamo stare uniti e volerci bene). Si vuole sfruttare il “traino” (Il Bitto storico rappresenta valore aggiunto e può essere traino). Comodo signori, quando in cambio si sono offerte solo prese per i fondelli. Il trottatore, non un brocco, ma un Varenne, deve essere aggiogato al carro dei ronzini, ma riceve meno biada, anzi solo la promessa di un po’ di fieno marcio (il Ctcb riceve per la promozione cifre importanti, tanto che con un solo “prodotto” promozionale del Consorzio ufficiale il Centro del bitto metterebbe a posto il bilancio). Basta.

I fessi del Bitto storico dovrebbero ancora assoggettarsi ai sacrifici che comporta il metodo storico per “fare da traino”. A chi? A quelli che producono tanto? O alle macchine mangia soldi pubblici. Più la seconda. Ovviamente Marsetti non lo ammetterà neppure sotto tortura.

Con la consueta demagogia coldirettistica non rinuncia alla sceneggiata strappalacrime: In ballo, dice, ci sono 60 Imprese Agricole con oltre 120 lavoratori che producono 18.000 forme per un fatturato di oltre 2milioni che corrispondono a oltre 4 milioni di valore al consumo. In ballo cosa? Chi mette a repentaglio chi? Vogliono far credere ai loro associati produttori di bitto dop che sarà il cambio di nome di 1500 forme di formaggio – indispensabile per non incorrere in reati penali – a rovinarli? Di cosa parliamo? Se Marsetti vuole difendere l’immagine del Bitto dop si dia da fare affinché i tanti soldoni che la Regione eroga per la promozione a favore dei vari enti vadano a buon fine invece che oliare le clientele.

La Coldiretti non ha realizzato che i “ribelli del bitto” non hanno l’anello al naso. Hanno capito benissimo quali interessi tutela la Coldiretti (e tutto il “sistema”), non certo i loro. I loro, lo sanno da tempo, devono tutelarseli da soli. Sarebbero masochisti se non cautelassero la propria attività legandola ad un marchio commerciale che nessuna istituzione, partito, sindacato, potentato, lobby, consorzio potranno più ricattare o comunque condizionare. Sarebbero masochisti se non capitalizzassero in un marchio di loro proprietà il lavoro fatto con tanti sacrifici economici (e non) per salvare non tanto il “Bitto” (ormai un nome svuotato del suo fascino e del legame con la storia prestigiosa) ma quel patrimonio storico sedimentato che fa dello storico formaggio degli alpeggio delle Orobie occidentali un bene storico culturale che nessun burocrate di Milano, di Roma o di Bruxelles, nessuna lobby possono più pensare di tenere in ostaggio con le loro “regole europee”.

Se ne facciano una ragione Marsetti e i suoi simili.


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