ANDOS: dire cancro e sconfiggerlo insieme

Esistono dei termini che tendiamo a non usare perché ci fanno paura. Facciamo giri di parole, cerchiamo sinonimi e altre espressioni per non ricorrere a quella parola lì che solo pronunciarla dà la sensazione di una voragine che ti si apre dentro. “Cancro” è una di queste, una parola tabù. Sostituita spesso con “un brutto male” – come se esistesse un male piacevole – potrebbe essere definita come uno di quei termini che siamo più reticenti ad utilizzare. Talvolta oggi si ha l’impressione che in pubblico si possa dire qualsiasi cosa, di sicuro non c’è più quell’inibizione ottocentesca, eppure, cancro non lo vogliamo dire.

Ed è proprio quest’ultimo ad essere il protagonista di questo freddo giovedì di inizio febbraio, giornata mondiale per la lotta contro il cancro. Definito frequentemente “il male del secolo”, oggi la ricerca sta facendo passi avanti per sconfiggere la malattia. Ciò a cui associazioni, medici e Ministero della Salute puntano è la diffusione di una cultura della prevenzione.

Nella nostra piccola realtà locale, l’ANDOS è l’unica associazione di riferimento per le persone a cui viene diagnosticato un tumore. In realtà, l’acronimo sta per Associazione Nazionale Donne Operate al Seno, ma la porta della sede resta aperta anche per le pazienti con altri tumori. Il comitato è nato nel 2002 dal desiderio della Presidentessa Fulvia Glisenti e di altre donne di creare una rete d’aiuto. «La prima cosa che ho fatto quando mi è stato diagnosticato il cancro è stato chiedere ai medici di darmi il numero di qualcuno che c’era passato prima di me. Ovviamente, per la privacy non potevano. Ad ogni visita incontravo altre persone che, come me, desideravano confronto e sostegno reciproco. Ogni volta eravamo sempre di più, finchè non abbiamo costituito l’associazione.»

Sentendo le parole di Fulvia, viene spontaneo pensare che probabilmente è vero che l’unione faccia la forza, almeno in questi casi. «Siamo d’aiuto, non solo per le varie attività e incontri che proponiamo. Siamo d’aiuto perché ci siamo, perché quando arriva la diagnosi la prima cosa che pensi è “è finita” e sapere che qualcuno che ha avuto la tua stessa malattia ce l’ha fatta vuol dire tanto.»

Oltre al supporto, l’ANDOS fa sentire la propria presenza in modo attivo: gruppi di ascolto con la psicologa, per dare la possibilità alle donne – che la società vorrebbe tutte wonder women, incrollabili e pronte a sostenere sulle proprie spalle il mondo intero – di essere fragili e di dar voce alle proprie paure; percorsi salute alla SPA, volti ad unire riabilitazione e socializzazione; o ancora yoga della risata, per quei momenti in cui non ci sarebbe niente da ridere ma, come sosteneva Stephen King “si può uccidere il male seppellendolo di risate”.

Molto importante è anche il contributo dato all’Ospedale di Esine con le attrezzature donate. Il rapporto con la struttura è fondamentale, in quanto è quest’ultima a mettere in contatto le pazienti con l’associazione, a meno che queste non si rivolgano direttamente alla sede, che si trova proprio fuori dal presidio.

«La Valle Camonica si dimostra molto solidale – continua Fulvia – e tutta questa solidarietà e sensibilità nei confronti del cancro mi preoccupa: vuol dire che quasi tutti hanno vissuto in casa una situazione di malattia.»

Il male del secolo, appunto. Un male di cui molte si vergognano, come se fosse una colpa. Ci si potrebbe chiedere perché una persona possa sentirsi in colpa per essere malata, o per non riuscire a sopportare il trattamento. Trovare una risposta non è facile. La spiegazione che potremmo accettare è che nei momenti di sofferenza, le emozioni sono più persuasive della logica.

Maria Ducoli

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