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FVB, il giorno in cui tutto ebbe fine «Uomini sorridenti in posa, locomotori in fiamme»


I ricordi d’infanzia di L. Z. s’intrecciano con quelli della Ferrovia Valle Brembana e Seriana. Chi come lui è nato e cresciuto nel rione di Borgo Palazzo, a Bergamo, lo ricorda bene come fosse ieri. Nelle foto ancora conservate gelosamente nella memoria c’è l’immagine stampata di via Bartolomeo Bono, uno stradone che rasenta ancora tutt’oggi quello che resta dell’ex sedime ferroviario,  lo “spazio gioco” della ferrovia, per lui e per tutti i ragazzi di quel rione. “Eravamo amici dei casellanti e dei manovratori – racconta -, ci permettevano di salire sui convogli in manovra e operare con loro. Un bellissimo divertimento e gioco, molto diverso – sottolinea – da quello dei ragazzi di oggi rintanati in casa con televisore e tablet che li rendono completamente apatici”.

 

L. Z. , infanzia  a parte, il “trenino” lo ricorda bene.  “La ferrovia, in sigla F.V.B., fu voluta con molta lungimiranza dai nostri nonni, e ottusamente i politici e i sindacati degli anni ’60 ne decretarono la chiusura in quanto tutto doveva viaggiare su gomma. In Italia oggi ci sono circa 8 mila chilometri di ferrovie abbandonate grazie a questi ragionamenti”. La tratta cominciò a funzionare il 1 luglio del 1906, fino a San Pellegrino Terme. “Per l’epoca – ammette -, fu un opera poderosa portata a termine nel giro di tre anni e mezzo”. Erano cinque le locomotive a vapore, poi – a causa delle gallerie -, la ferrovia fu elettrificata un paio d’anni dopo l’entrata in funzione. Le vaporiere con locomotori TIBB divennero quattro a partire dal 1930. Le carrozze erano in tutto 23, diversificate al loro interno a seconda delle classi, alcune molto eleganti e con balconcino. Questo valse al “trenino” l’appellativo di Orient Express Brembano.

 

I carri merci erano funzionali alla domanda della clientela, erano stati costruiti dalla Società Toselli e dalle Officine Lodigiane. Nel 1930 toccarono il numero di 50, fra carri chiusi, pianali e carri sponda e trasportavano in media 158 mila tonnellate di merci in un anno. “Nel secondo dopoguerra fecero la comparsa quattro carrozze rimorchiate della Breda, più moderne per comodità – aggiunge -. Le stazioni, molto civettuole, erano pienamente coerenti con l’iter progettuale dell’architettura con un singolare itinerario liberty”. Il prolungamento fino a Piazza Brembana fu realizzato negli anni venti e inaugurato il 31 luglio del 1926, portando un totale di trenta gallerie e novanta ponti. L’opera più imponente fu il viadotto di Lenna, a otto luci lungo 119 metri la dove i due rami del Brembo si riuniscono, uno proveniente dalla valle di Mezzoldo, l’altro dalla valle di Fondra.

 

Nel 1968, sui binari della stazione di San Giovanni Bianco, venne dato fuoco ai locomotori Westinghouse costruiti nel 1905. “Rappresentavano un pezzo di storia delle ferrovie italiane e dei trasporti della bergamasca. Sulle fotografie di quel giorno appaiono uomini sorridenti, in posa davanti ai locomotori in fiamme, ignari di aver messo al rogo un pezzo della nostra cultura: rispetto per l’ambiente, reale servizio alle persone, possibilità di sviluppo, andavano in fumo insieme agli instancabili e gloriosi locomotori”, prosegue. “L’unica consolazione – conclude –, è che oggi il sedime è stato trasformato con spese notevoli i pista ciclabile. Il problema è che tali piste non vengono manutenzionate, trasformando l’investimento in una perdita, e non permettono un’agevole biciclettata”.

 


 

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