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Si avvicina il 10 febbraio e la Giornata del Ricordo

Il 10 febbraio è (poco) conosciuta come la Giornata del Ricordo che segue di pochi giorni la Giornata della memoria. Mentre quest’ultima intende ricordare la tragedia dei campi nazisti, lo sterminio degli ebrei e l’annientamento degli oppositori, tra i quali numerosi soldati dell’ex “reale” esercito italiano lasciato allo sbando con la fuga del Re a Brindisi con l’armistizio dell’8 settembre, la Giornata del Ricordo intende riproporre la riflessione sui tragici fatti che interessarono il territorio Istriano e Dalmata, fino allora italiani, con migliaia di morti ritrovati di seguito nelle foibe e decine di migliaia di nostri connazionali costretti a fuggire lasciando ogni bene nelle mani dei partigiani di Tito impegnati nell’annientamento degli italiani di ogni ordine. Il fenomeno delle foibe e della fuga degli italiani è stato rimosso per troppi anni, quelli che seguirono alla guerra, fino agli anni ’90, e parlarne era un tabù negato persino sui libri di storia Solo nel 2005 gli italiani furono chiamati per la prima volta a celebrare il Giorno del Ricordo, in memoria dei quasi ventimila italiani torturati, assassinati e gettati nelle foibe (le fenditure carsiche usati come discariche) dalle milizie della Jugoslavia di Tito alla fine della Seconda guerra mondiale.
La memoria delle vittime delle foibe e degli italiani costretti all’esodo dalle ex province italiane della Venezia Giulia, dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia è un tema che ancora divide. Eppure quelle persone meritano, esigono di essere ricordate.

Ora, se avete voglia, tempo e passione vi raccontiamo quello chem per troppi annim è stato negato persino sui libri di storia nelle scuole

COME SI SVOLSERO I FATTI
La prima ondata di violenza esplose proprio dopo la firma dell’armistizio, l’8 settembre 1943: in Istria e in Dalmazia i partigiani jugoslavi di Tito si vendicarono. Alla alla fine del 1943 tutti gli italiani non comunisti vennero considerati nemici del popolo, prima torturati e poi gettati nelle foibe
Tito e i suoi uomini iniziarono la loro battaglia di (ri)conquista di Slovenia e Croazia senza fare mistero di volersi impadronire non solo della Dalmazia e della penisola d’Istria (dove c’erano borghi e città con comunità italiane sin dai tempi della Repubblica di Venezia), ma di tutto il Veneto, fino all’Isonzo.
Nella primavera del 1945 l’esercito jugoslavo occupò l’Istria e puntò verso Trieste, per riconquistare i territori che, alla fine della Prima guerra mondiale, erano stati negati alla Jugoslavia.
Gli jugoslavi si impadronirono di Fiume e di tutta l’Istria interna, dando subito inizio a feroci esecuzioni contro gli italiani. Ma non riuscirono ad assicurarsi la preda più ambita: la città, il porto e le fabbriche di Trieste.
La rabbia degli uomini di Tito si scatenò allora contro persone inermi in una saga di sangue degna degli orrori rivoluzionari della Russia del periodo 1917-1919.
Tra il maggio e il giugno del 1945 migliaia di italiani dell’Istria, di Fiume e della Dalmazia furono obbligati a lasciare la loro terra. Altri furono uccisi dai partigiani di Tito, gettati nelle foibe o deportati nei campi sloveni e croati. Secondo alcune fonti le vittime di quei pochi mesi furono tra le quattromila e le seimila, per altre diecimila.
Fin dal dicembre 1945 il premier italiano Alcide De Gasperi presentò agli Alleati «una lista di nomi di 2.500 deportati dalle truppe jugoslave nella Venezia Giulia» e indicò «in almeno 7.500 il numero degli scomparsi».
In realtà, il numero degli infoibati e dei massacrati nei lager di Tito fu ben superiore a quello temuto da De Gasperi. Le uccisioni di italiani – nel periodo tra il 1943 e il 1947 – furono almeno 20mila; gli esuli italiani costretti a lasciare le loro case almeno 250mila.

COME SI MORIVA NELLE FOIBE.
I primi a finire in foiba nel 1945 furono carabinieri, poliziotti e guardie di finanza, nonché i pochi militari e i collaborazionisti che non erano riusciti a scappare per tempo.
Le uccisioni avvenivano in maniera spaventosamente crudele. I condannati venivano legati l’un l’altro con un lungo filo di ferro stretto ai polsi, e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo, ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso, morti o gravemente feriti, trascinavano con sé gli altri sventurati, condannati così a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro compagni, tra sofferenze inimmaginabili.

IL DRAMMA DI FIUME E IL DESTINO DELL’ISTRIA.
A Fiume, l’orrore fu tale che la città si spopolò. Interi nuclei familiari raggiunsero l’Italia ben prima che si concludessero le vicende della Conferenza della pace di Parigi (1947), alla quale – come dichiarò Churchill – erano legate le sorti dell’Istria e della Venezia Giulia. Fu una fuga di massa. Entro la fine del 1946, 20.000 persone avevano lasciato la città, abbandonando case, averi, terreni.

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