Quattro firme nella cantoria della Chiesa di Piamborno fanno rivivere il passato

30 luglio 1853. Sono passati quasi 170 anni da quando il “Regolamento Organico per la Società Filarmonica di Darfo” è stato depositato. Oltre un secolo e mezzo di storia in cui si sono avvicendati alcuni tra i musicisti più capaci del nostro tempo. Tante vite, centinaia e centinaia di racconti. Qualcuno è sopravvissuto alla memoria, altri sono andati persi. Perlomeno, questo è quanto si crede. A volte, infatti, è sufficiente una scintilla per riaccendere la luce dei ricordi e restituire al presente una finestra spalancata sul passato. L’uomo lascia sempre i segni del suo passaggio lungo il percorso, anche se con modalità diverse.

In questa storia tutto inizia con una data: 15 agosto 1937. Alcuni giovani coristi di Darfo si stanno esibendo nella Chiesa della Parrocchia di Piamborno quando a qualcuno viene in mente di lasciare un ricordo del loro passaggio. Quattro di loro firmano la cantoria della chiesa: il maestro Italo Fiorini, il baritono Bortolo Miclini, i bassi Celeste Abondio e Giovanni Bianchini. Se si trattò di una “ragazzata” non è dato saperlo, ma oggi questo dettaglio consente di fare un salto temporale e ricostruire, per quanto possibile, la vita di quattro persone e non solo. Il complesso bandistico di Darfo è sorretto, infatti, da tradizioni antichissime e da quando è stato fondato intere generazioni di singole famiglie ne hanno fatto parte.

Gli Abondio sono, senza alcun dubbio, una delle famiglie più rappresentative di questo concetto. Celeste fu un suonatore di grancassa e basso nella “Schola Cantorum”. Nacque nel 1910 ed ebbe un fratello, Giovanni, che tra i due fu quello che si dedicò maggiormente alla musica. Come loro Pierino Abondio, flicorno basso. La famiglia mantiene viva ancora oggi la sua grande tradizione: i nipoti di Giovanni, Nicola ed Enrico, militano nella banda. “Effettivamente sfondi una porta aperta – racconta Nicola Abondio – in famiglia c’è sempre stata un’ottima predisposizione per la musica. Mio nonno, fratello di Celeste, era un eccellente basso tuba, cavalierato per la musica di Pertini. Erano tutti ottimi cantori e musicisti”.

Quella di Italo Fiorini è una delle famiglie più caratteristiche di Darfo. Italo ebbe un’innata passione per la musica, probabilmente trasmessagli dalla madre Maria Ester Caprinali, figlia di uno dei fondatori della Banda. Studiò all’Accademia Tadini di Lovere, dove ebbe come insegnante il maestro Macario. Possedeva un’attitudine musicale talmente spiccata da non aver bisogno di studiare come gli altri. Fu maestro e direttore della Schola Cantorum e in famiglia riuscì a contagiare anche i fratelli Tullio e Guido che, sotto la sua spinta, iniziarono a suonare rispettivamente clarinetto e chitarra. A poco più di vent’anni era già diventato una personalità di spicco in paese, ma sul più bello la tubercolosi se lo portò via. Sopportò la malattia con grande dignità e morì il 23 agosto a soli 26 anni, lasciando la moglie Maddalena Bertoni. Italo fu il più grande artista del ceppo Fiorino, ma non fu il primo. Il più antico suonatore della famiglia fu Battista, che con il tamburello accompagnò le prime marce della Banda di Darfo verso la fine XIX secolo.

Poco si conosce degli altri due musicisti. Entrambi i cognomi, tuttavia, tornano spesso negli archivi della Banda: Mario Bianchini, Alberto Bianchini, Franco Bianchini, Antonio Bianchini, tutti appartenenti alla stessa famiglia. Discorso parallelo per Bortolo, con Bepi e Angelo Miclini. A racchiudere il senso di questo viaggio è un estratto della prefazione del libro Centocinquant’anni di Banda. “Guardando le fotografie, ormai sbiadite dal tempo, di chi ci ha preceduto, riconosciamo noi stessi in quei volti orgogliosi e sorridenti. Perché la banda non ha età, ma storia”. Come quella racchiusa in quattro firme sbiadite.

Francesco Moretti

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