Quale futuro per l’Alta Valle?

 

Micro Comuni e nuovi assetti istituzionali

 

L’argomento sul tavolo del Governo stavolta è uno di quelli scottanti, soprattutto per certe realtà come la nostra, e lo scontro politico, oltre che inevitabile, si preannuncia feroce. La proposta di legge avanzata sulla fusione obbligatoria per i comuni con popolazione inferiore ai 5mila abitanti è – e sarà per forza di cose- un passo da compiere, al massimo si potrà ridiscutere su tempi e modalità ma da qui non si scappa. Secondo quanto prevede il documento, trascorsi 24 mesi dalla data di entrata in vigore della legge, le Regioni dovranno provvedere alla fusione obbligatoria di tutti quei Comuni la cui popolazione sia inferiore ai 5mila abitanti e che non abbiano già avviato autonomamente procedimenti di fusione. Ai comuni assoggettati a fusioneobbligatoria non spetteranno i contributi straordinari. E se le Regioni si rifiuteranno di imporre il matrimonio tra due o più realtà locali? Le conseguenze sarebbero davvero molto drastiche. Dall’anno successivo, infatti,  l’ente Regione vedrebbe una riduzione del 50% dei trasferimenti erariali in suo favore, diversi da quelli destinati al finanziamento del servizio sanitario nazionale e al trasporto pubblico locale. L’idea alla base non è male ma posta così più che una proposta di legge sembra quasi un ultimatum di guerra. Anche perché confermando come indice minimo i 5mila abitanti, per una realtà come la nostra, sarebbe dura trovare la quadra. Pensare di abbassare il tiro appare quindi scontato, ma serve comunque una rivoluzione. Del resto neanche 2 mesi fa avevo ribadito proprio su queste pagine che solo un big bang sarà in grado di far ripartire un territorio così difficile, così complesso come il nostro. La logica di questa proposta di legge sta in piedi solo se portata a riformulare i comuni in una vera e propria Città Montana, costituita da Municipi, con un Unico Centro Istituzionale. Qui si tratta di garantire il «Diritto di cittadinanza», e non di tutelare le autonomie locali (come vuole far credere qualcuno). E se non si corre ai ripari il prima possibile, il rischio è di ritrovarsi tra dieci anni ad amministrare condomini e non più comuni. Senza contare che un esercito di sindaci senza potere politico, oltre a non avere senso, non serve a nessuno. Abbiamo bisogno di donne e uomini capaci, ma soprattutto credibili e con più potere.

I vantaggi della fusione – Soprattutto per i micro comuni la prospettiva realistica è che questo tipo di processo, prima o poi, sarà comunque obbligatorio a fronte dell’impossibilità di erogare i servizi minimi richiesti a un’amministrazione comunale. Non a caso, esiste già l’obbligo di legge di mettere insieme le funzioni. Tutto questo rafforza la verità che solo su scala medio/grande, il rapporto tra massima efficienza dei servizi erogati e costi di gestione sostenibili può essere attuata, ma soprattutto garantita. Tuttavia, prima che un problema di costi, ad essere messa in discussione dovrebbe essere proprio la capacità del Comune di garantire al cittadino Servizi e Pari opportunità di vita. Ma quali sono poi i vantaggi della fusione? Gli incentivi statali previsti sono molto interessanti, tra questi: l’erogazione di un contributo straordinario statale per dieci anni a decorrere dalla fusione e l’esclusione dall’applicazione delle regole del pareggio di bilancio per 5 anni (Patto di Stabilità interno). Di certo non sono poco cosa, e chi amministra oggi lo sa bene. Il punto è che bisognerebbe trovare il tempo di andare anche a spiegarlo casa per casa, per vincere resistenze e campanilismi. Il problema è che la gente è affezionata al nome del suo paese? Ma scusate: quando la signora Maria ha deciso di sposare Mario l’ha fatto per amore e perché credeva in un progetto di vita, non certo perché gli piaceva il nome.

Comune piccolo,  politica “salata” – Ma quanto ci costa la Politica di un micro comune? Sembrerà assurdo ma gli amministratori dei piccoli comuni, dove spesso e volentieri si rinuncia a gran parte delle indennità e si svolge nei fatti del volontariato a favore dei propri concittadini, le risorse finanziarie disponibili sono talmente ridotte da determinare il peggior rapporto tra costi della politica e potere decisionale. In poche parole, gli amministratori dei piccoli comuni costano molto poco, pochissimo, ma è vero anche che decidono altrettanto poco per le loro comunità. In poche parole: il potere decisionale degli amministratori comunali, misurato prendendo in considerazione le risorse al netto dei costi di funzionamento dell’ente è estremamente ridotto, per cui sono di fatto nella condizione di non poter prendere decisioni significative per il welfare della loro comunità. 

Quale futuro scegliere? – Sono troppi 1.530 Comuni in una regione come la Lombardia che conta poco più di 10 milioni di abitanti. Tra l’altro, molti di essi non toccano neanche il tetto dei mille residenti. Siamo sicuri che sia una conquista da difendere quella di mantenere numerosi enti sparsi nelle nostre vallate? È sempre più difficile giustificare la presenza dei micro municipi spacciandoli come le ultime sentinelle di un territorio disastrato, in fase di sbriciolamento sia sotto il profilo demografico sia sotto quello idrogeologico. Che senso ha sprecare le scarse energie nel mantenimento della burocrazia e della politica? In fin dei conti, i problemi sono gli stessi: servizi sociali per anziani, opportunità per trattenere i pochi giovani, salvaguardia ambientale, qualche iniziativa per attrarre un turismo di nicchia. Sarò provocatorio però potrebbe bastare addirittura un solo Comune per rappresentare un’unica vallata. Non servono poltrone, ma idee e progetti.

 

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