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"MANI D'ORO" IN MOSTRA A GANDINO L'ARTE DI MONACHE E SUORE

“MANI D’ORO” IN MOSTRA A GANDINO L’ARTE DI MONACHE E SUORE

Da domenica 16 aprile e sino al prossimo 11 giugno (solennità del Corpus Domini) il Museo delle Suore Orsoline di Gandino, negli spazi della Casa Madre che furono anticamente monastero benedettino, propone la mostra “Mani d’Oro”, nell’ambito della Settimana della Cultura promossa dalla Diocesi di Bergamo. L’ esposizione propone un viaggio alla scoperta delle pregiate attività manuali che storicamente accompagnano la vita delle comunità religiose.
“Tre secoli di alto artigianato – spiega Tomasini – ci parlano di un lavoro orante e prezioso in cui diverse famiglie religiose si raccontano: l’antica comunità benedettina di Gandino, la comunità delle Orsoline con le numerose case, le comunità benedettine del Monastero di San Benedetto in Bergamo e dell’Abbazia Mater Ecclesiae di Orta San Giulio (No) e la dismessa realtà del Monastero dell’Ordine della Visitazione di S. Maria (detto anche delle Salesiane) di Alzano Lombardo.
Da ciascuna di queste famiglie religiose giungono oggetti di vita quotidiana e indicazioni che hanno permesso di costruire un percorso tra i “laboratori” religiosi, custodi di una sapiente e antichissima manualità”.
In mostra ci sono innanzitutto biglietti dipinti e miniati, rosari e scarabattole. Queste ultime erano piccole nicchie coperte o campane di vetro per accogliere sculture destinate alla devozione.
“La stagione preindustriale – aggiunge Tomasini – spingeva le comunità a provvedere artigianalmente alla produzione della totalità degli oggetti di uso comune. Monasteri e conventi, che nei secoli passati erano assai ben più popolati di oggi, divenivano luogo privilegiato, e forse dovremmo dire specializzato, per la realizzazione di tutti quegli strumenti destinati a incrementare la devozione per nutrire la fede delle persone”. L’esposizione propone anche un’importante assortimento di ricami e merletti, utili ad impreziosire le “doti” nuziali oppure i paramenti sacri. “Proponiamo – aggiunge Tomasini – anche reliquiari, finemente curati, gli “Agnus Dei” sacramentali realizzati in cera, e gli Scapolari. Questi ultimi sono piccoli oggetti di devozione che recano l’immagine di Cristo e della Madonna. Anticamente dipinti a mano o ricamati, ben presto beneficiarono dell’invenzione della stampa che imprimeva le immagini su lino. Queste venivano poi cucite a due lembi di stoffa di lana e di color marrone, perché richiamava il colore della terra del Monte Carmelo. La tradizione carmelitana è infatti la prima a diffondere l’uso dello scapolare che spesso la Vergine Maria reca tra le proprie mani nelle sue rappresentazioni.
L’idea è quella di disporre di un frammento del manto spirituale della Vergine che protegga dai pericoli e allontani il maligno.
A Gandino sopravvive l’usanza di distribuire lo scapolare durante la novena che prepara alla festa dedicata alla Beata Vergine del Monte Carmelo, che ricorre il 16 luglio. Lo scapolare viene curiosamente soprannominato anche “pazienza” perché quando viene lavato, il filo si aggroviglia e occorre appunto la pazienza per sbrogliarlo”.
“Mani d’oro” indaga anche la ceroplastica, ovvero l’arte di plasmare figure con la cera. “Una volta fusa – aggiunge il curatore – poteva essere sciolta, purificata, addizionata con trementina, tinta e colata in stampi appositi. Dopo l’asciugatura iniziava l’assemblamento e l’unione con altri materiali destinati a conferire maggiore realismo al manufatto come occhi di porcellana e piccole ciocche di capelli. Il soggetto privilegiato di questa produzione era certamente Gesù Bambino”. Le sezioni conclusive riguardano infine le “Palme”. Erano composizioni realizzate con fiori artificiali creati con seta tessuta oppure con l’elaborazione dei bozzoli dei bachi da seta. Uno spazio è infine dedicato ad erbe, cucina e particole. “Nei monasteri la coltivazione di erbe e fiori medicinali era gestita da un frate o da una monaca erborista: come le donne contadine, con la loro saggezza passata di generazione in generazione, così anche le Suore dei nostri conventi sapevano certamente far buon uso della ricchezza offerta dai prati e dai boschi.
Gli antichi erbari che le biblioteche monastiche conservavano costituivano preziosi giacimenti di questi saperi botanici e curativi.
Il tarassaco (che tutti chiamiamo più comunemente cicoria) è ricco di sali minerali ed ha proprietà ricostituenti e depurative… perfette per le cure di primavera. Durante l’estate, accanto alle malghe spunta l’ambito Parüc (Buon Enrico o Spinacio di montagna), ricco di ferro e dalle proprietà remineralizzanti. Il solstizio d’estate accende i prati di giallo: è l’Iperico, o Erba di San Giovanni, anticamente detta anche erba scaccia diavoli. La vulgata la fa spuntare ai piedi della croce di Cristo: strizzandola, rilascia un succo del colore del sangue del Salvatore. La credenza era così diffusa che in ogni casa si conservava appeso un mazzetto di questa erba che ha proprietà calmanti per disturbi nervosi e insonnia.
L’autunno porta ricchezza di bacche (more, mirtilli selvatici, cornioli, sambuco…) e di frutti del bosco (castagne, noci, nocciole…), che i nostri antenati raccoglievano con cura e conservavano per tutta la stagione invernale. Anche l’inverno ha i suoi frutti da cogliere: le bacche di Ginepro, ad esempio, usate per aromatizzare, ma anche per preparare un ottimo vino digestivo e diuretico, o i cinorridi della Rosa Canina, ricchi di vitamina C e da raccogliere rigorosamente dopo le prime gelate. L’ostificio era un’altra prerogativa dei conventi. Spesso le mani delle Suore e delle Monache, proprio perché benedette, erano reputate le uniche degne di confezionare, rigorosamente con acqua e farina, le azzime da consacrare sotto forma di particole”. L’inaugurazione della mostra è in programma domenica 16 aprile alle 17, quando il Coro Amici della Musica Sacra di Bergamo proporrà un omaggio in canto nella chiesa conventuale di San Mauro. “Mani d’oro” sarà aperta ogni sabato e domenica, con visite guidate gratuite alle 15 e alle 16.30. Info allo 035.745569

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