Diga del Gleno, 97 anni fa il disastro. “La terra iniziò a tremare. Poi il silenzio”

“Mio padre mi portò via appena capì cosa stavano dissotterrando, ma io mi sognai di quella bambina per tante, tante notti”.

All’alba del 1° dicembre 1923 la terra iniziò a tremare. Era buio, piovigginava e la prima neve dell’inverno imbiancava già le cime. Un forte tonfo, una vibrazione, quasi un piccolo terremoto. Poi il silenzio.

Sei milioni di metri cubi d’acqua, fango e detriti precipitarono dal bacino artificiale a circa 1.500 metri di quota, dirigendosi verso il Lago d’Iseo e travolgendo i villaggi sottostanti. Il primo borgo ad essere colpito fu Bueggio, poi la fiumana distrusse le centrali di Povo e Valbona, il ponte Formello e il Santuario della Madonnina di Colere. Un bagno di lacrime e disperazione che inarrestabile raggiunse Dezzo e poi Angolo, dove l’enorme massa d’acqua formò una sorta di lago. I segni di questo passaggio sono visibili ancora oggi nella gola della via Mala, che preservò l’abitato di Angolo, mentre a Mazzunno furono spazzati via la centrale elettrica e il cimitero.

L’ondata fu preannunciata da un violento spostamento d’aria che strappò, si racconta, le vesti di chi già si trovava all’aperto. La massa d’acqua discese verso l’abitato di Gorzone e proseguì verso Boario e Corna di Darfo. Dopo aver devastato i centri abitati della valle, si esaurì nel Lago d’Iseo. Quarantacinque minuti che cambiarono la storia di un’intera comunità, stretta dopo quei momenti in un abbraccio gelido di morte e desolazione. I morti furono ufficialmente 356, ma i numeri sono ancora oggi incerti.

Seguirono anni di scaricabarile, con una frenetica caccia al colpevole che si concluse il 4 luglio 1927 con la condanna del Tribunale di Bergamo nei confronti di Virgilio Viganò, responsabile della ditta che esegui i lavori per la realizzazione della diga, e dell’ingegnere Santangelo, a tre anni e quattro mesi di reclusione più 7.500 lire di multa. Il giudizio dei periti fu lapidario: la diga era stata malamente costruita.

Noi bambini ci guardavamo intorno. Ci avvicinammo a un gruppetto di persone che scavavano e stavano dissotterrando un piccolo corpicino che era rimasto sepolto nel fango: era una bambina, le stavano pulendo il viso con le mani. Mio padre mi portò via appena capì cosa stavano dissotterrando, ma io mi sognai di quella bambina per tante, tante notti“, scrisse Francesco Morandi, di Barzesto, nelle sue memorie.

Novantasette anni dopo, il disastro del Gleno resta una ferita aperta che invita alla riflessione. La salita alla Diga suggerisce oggi un percorso fra natura e storia, meta preferita di tanti amanti del trekking. Intorno ai due tronconi quasi intatti della diga il tempo sempre essersi fermato.

La terra non trema più. Tre, due, uno. Suona la sveglia, sono le 07.15, ma per qualcuno è già tempo di dormire.

Francesco Moretti

 

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