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Aperture festive dei centri commerciali «Siamo una anomalia»


Parla di “Italia come anomalia europea” Mario Colleoni, segretario generale della FILCAMS-CGIL di Bergamo, tornando sulla questione delle aperture festive dei centri commerciali, nei giorni della vertenza contro Oriocenter. Ecco le sue considerazioni: “Spesso, chi vuole semplificare il tema lascia intendere che quella contro le chiusure nei giorni festivi sia una battaglia di retroguardia, senza però raccontare quella che è la realtà di molti Paesi europei, diversa da quella italiana. Siamo, infatti, l’unico Paese in Europa dove gli orari delle attività commerciali non prevedono alcuna restrizione: agli esercizi commerciali è data la possibilità di aprire per 24 ore 7 giorni su 7.

In Francia, ad esempio, le attività commerciali sono chiuse di domenica e nei giorni festivi, eccezione fatta per i negozi alimentari che possono rimanere aperti fino alle 13. In Germania è prevista la chiusura ad eccezione di alcune particolari attività, così come in Olanda, dove solo la deroga delle autorità locali può prevedere l’apertura domenicale. In Belgio, centro delle istituzioni europee, serrande abbassate di domenica, salvo previa autorizzazione delle autorità locali nelle zone considerate turistiche. Insomma solo in Italia non esiste un limite. E davvero non si capisce perché”.

“Infatti” prosegue Colleoni, “i dati dimostrano che, dal 2008 a oggi, i consumi non sono cresciuti mentre la qualità dell’occupazione è peggiorata. Da quell’anno a oggi, i consumi alimentari hanno registrato un calo superiore al 10% (dato Federconsumatori). Tale percentuale equivale a una caduta della spesa delle famiglie in questo settore chiave di oltre 14 miliardi di euro. Una cifra impressionante se si pensa che la domanda relativa al settore alimentare è definita anelastica, proprio perché raramente avviene in modo cosi importante. Nello stesso periodo, il numero dei disoccupati è aumentato in modo esponenziale: se nel 2007 il tasso di disoccupazione registrato dall’Istat era di poco superiore al 6%, oggi siamo ancora sopra l’ 11% con un notevole calo delle ore medie lavorate per persona. Va, poi, aggiunto che le tipologie di contratti proposti, soprattutto in settori quali commercio e servizi, sono sempre più precari, oltre ad esserci un evidente abuso dello strumento dello stage, che è un patto formativo ma che spesso viene utilizzato come sostitutivo di contratti di lavoro più adeguati. Ricordiamo che agli stagisti viene dato, spesso, un rimborso di 400 euro al mese a fronte di 40 ore settimanali di attività”.

“Il punto è che il modello di sviluppo del commercio sta diventando insostenibile, la logica delle aperture sta portando a una mera ricerca di diminuzione dei costi del lavoro, da scaricare sul personale. Intanto, lavoratrici e lavoratori si trovano con orari impossibili e salari troppe volte da fame. Il decreto Salva Italia, che ha tolto ogni limite, non ha di fatto portato né maggiori consumi, né maggiore occupazione, bensì maggiore precarietà. Ci aspettiamo una seria presa di posizione da parte di quei politici che, fino a oggi, hanno solo a parole dimostrato interesse nei confronti di questi temi. È giunto il tempo di risolvere il problema senza rimandare oltre, andando al di là della mera politica del consenso ed evitando di mostrare interesse solo a ridosso delle campagne elettorali. Perché la vita delle persone vale più di una vuota promessa”.


 

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